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Terra Santa Gerusalemme e Bettlemme

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Terra Santa: il cammino di Gesù verso il Calvario

28 MARZO 2014 AT 19:11

Calvario (dal latino Calvaria che significa “luogo del cranio”) è la collina appena fuori le mura di Gerusalemme su cui, secondo la narrazione dei vangeli, salì Gesù per esservi crocifisso. Il luogo è anche detto Golgota (dall’aramaico Gûlgaltâ con il medesimo significato di “luogo del cranio”). Secondo la tradizione il luogo è appena fuori dalle mura di Gerusalemme del tempo di Gesù, a nord-ovest, ma all’interno dell’attuale città vecchia (in epoche più recenti le mura vennero spostate verso nord). Consiste in un rilievo roccioso di pochi metri, che attualmente è inglobato all’interno della Chiesa del Santo Sepolcro, in particolare la Cappella della Crocifissione, gestita dai Frati Minori della Custodia di Terra Santa, e la Cappella della Morte, dei greci ortodossi. Esse furono costruite rialzando di alcuni metri, in modo da ricoprire e racchiudere la roccia, che è visibile in parte attraverso un vetro e si può toccare infilando la mano in un foro nel pavimento sotto l’altare eretto sulla sua sommità, in quello che si ritiene il punto esatto dove Gesù fu crocifisso. Nella parte sinistra della chiesa invece, a poche decine di metri, si trova il sepolcro dove Gesù fu deposto. Un secondo luogo più settentrionale fu suggerito dai protestanti nell’Ottocento, perché le rocce assomigliano ad un teschio. Anche questo luogo è vicino ad un’antica tomba, nota come Tomba del Giardino. Nel Golgota è avvenuta la Crocifissione di Gesù: i condannati alla croce venivano prima preparati con la flagellazione già legati al patibulum (asse orizzontale della croce) e condotti fuori attarverso le strade più frequentate per dare una lezione agli altri e come umiliazione del condannato. Giunti sul luogo del supplizio il condannato veniva confitto con dei chiodi al patibulum e sollevato al palo, che già si trovava al posto dell’esecuzione, con delle corde, delle scale o addirittura con le mani stesse, secondo l’altezza della croce (Gv 21,18). Gesù, con la morte di croce, subisce quello che per i romani era un “supplizio crudelissimo e orribile” (Cicerone) e per gli ebrei era, come l’impiccagione, segno di scomunica per l’empio, maledizione del bestemmiatore, come recita la Torah: “Maledetto chiunque è appeso al legno”.

Il Calvario nei Vangeli-. La collina era usata come luogo di esecuzione della pena della crocifissione, molto in uso presso i Romani. Si suppone che il suo nome derivi da questo, oppure dalla sua forma tondeggiante come la calotta di un cranio. Si nomina il Golgota nel Vangelo secondo Matteo: “giunti a un luogo detto Gòlgota, che significa luogo del cranio” (Matteo 27,33); nel Vangelo secondo Marco: “condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio” (Marco 15,22); nel Vangelo secondo Luca: “quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra” (Luca 23,33); e nel Vangelo secondo Giovanni: “Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota” (Giovanni 19,17). Tutti e quattro i Vangeli descrivono lo svolgimento della passione per crocifissione di Gesù (Mc 15,20). La morte di Gesù è accompagnata da tutta una serie di eventi sconvolgenti (Mt 27,51-53). Se la lacerazione del velo del tempio era già ricordata da Marco, non così per gli altri segni: la terra scossa, le rocce spezzate, i sepolcri aperti, la risurrezione di molti morti, la loro uscita dalle tombe e la loro apparizione a molti in Gerusalemme. Anzitutto va rilevato che i verbi usati per descrivere questi eventi sono al passivo: si tratta di una forma linguistica particolare per indicare che il vero soggetto di quanto avviene è Dio. Nella morte di Gesù avviene qualcosa di divino, dice Matteo. La morte di Gesù è l’ora finale della storia, è l’evento escatologico per eccellenza. In effetti Matteo riesce a radunare con mirabile sintesi, nel momento della morte di Gesù, sia la menzione della sua risurrezione sia della risurrezione dei giusti. Nel momento della morte ecco i segni della vittoria della vita. Gli eventi elencati da Matteo non vanno intesi in senso storico, ma come segni del significato profondo dell’evento: la morte di Gesù è il crinale della storia umana; essa investe tutto il mondo e apre gli ultimi tempi, i temi escatologici.

La crocifissione nell’arte-. Il tema della Crocifissione ha interessato anche l’arte. Attraverso i secoli pittori e scultori ne hanno modificato gli schemi rappresentativi, realizzando opere cariche di significato religioso. Nell’arte paleocristiana il tema della morte di Gesù compare abbastanza tardi, intorno al V secolo e solo nella scultura. Nel III secolo, infatti, sono presenti soltanto raffigurazioni della croce greca, e a partire dal IV il cristogramma, un simbolo formato dall’unione delle lettere greche Χ ( chi ) e Ρ (rho). Dalla metà del IV è presente anche la croce Eusebiana e la croce gemmata. Sempre in questo periodo per la morte di Cristo si utilizza anche la raffigurazione dell’Agnello Mistico. In generale gli artisti preferiscono la rappresentazione simbolica a quella realistica. La croce infatti evoca un supplizio infame e negli anni seguenti all’editto di Teodosio del 380 l’espandersi del Cristianesimo si accompagna a simboli di trionfo. Il tema della Crocifissione compare per la prima volta nel V secolo. Si tratta di una scultura, la Porta Lignea della Chiesa di santa Sabina a Roma.Il primo affresco è invece posteriore e si trova sempre a Roma nella Chiesa di Santa Maria Antiqua. Successivamente la morte di Cristo segue due tipologie iconografiche ben distinte: Il Christus Triumphans ha origini bizantine e rappresenta il trionfo sulla morte. Cristo, infatti, ha gli occhi aperti, il capo eretto, talvolta cinto da una corona regale, e sull’intero corpo non sono visibili segni di sofferenza. I piedi sono paralleli e conferiscono alla persona di Gesù una stazione eretta, maestosa. Il Christus Triumphans ha il corpo trafitto da quattro chiodi, due nelle mani e due nei piedi. Questo particolare dei piedi inchiodati separatamente sulla pedana si perderà a partire dal XIV secolo. Il volto rilassato ed il corpo senza spasimi vuole simboleggiare il trionfo di Cristo che ha sconfitto la morte. Per questo sul suo capo non è raffigurata la corona di spine ma un’aureola dorata. Questo schema iconografico perdura in occidente fino al XIII secolo.

Il Christus Patiens comincia a diffondersi a partire dal X secolo. Gesù è rappresentato morente o morto, in un’espressione contratta dal dolore. Ha in testa la corona di spine, il volto agonizzante e rigato di sangue. Le gambe sono piegate, i piedi sovrapposti trafitti da un solo chiodo, il diaframma è irrigidito per l’intensa sofferenza. Uno dei primi esempi di questa tipologia iconografica è il Crocifisso di Gero, conservato nel duomo a Colonia. Con tale raffigurazione si vuole mettere in evidenza soprattutto la dimensione umana di Cristo che ha sofferto e affrontato la morte non facendo emergere la sua divinità. Ai lati del Crocifisso possono comparire la Vergine Maria, Maria Maddalena, l’apostolo Giovanni, i Santi, i soldati romani, gli scribi, i sacerdoti, i membri del Sinedrio, ecc… Dopo la trasposizione in termini umani operata con la preferenza del Christus Patiens, con i maestri della pittura del Quattrocento e del Cinquecento la rappresentazione della Crocifissione allarga il racconto. Si intensifica il senso umano del dramma vissuto da Gesù mediante una partecipazione corale. Intorno alla Croce compaiono scene piene di personaggi, appartenenti a tutte le classi sociali, a sottolineare la dimensione universale dell’evento salvifico di Cristo. Le opere più significative della rappresentazione corale della Crocifissione sono state prodotte da Mantegna, Bellini, Tintoretto e dai maggiori protagonisti della tradizione fiamminga. Alcuni autori accentuano con crudo realismo la sofferenza di Cristo dando un profondo senso drammatico alle loro raffigurazioni, come Caravaggio. Il tema trova nuove soluzioni stilistiche nel XX secolo ad opera soprattutto degli espressionisti accanto ai quali va considerata la produzione altamente suggestiva del pittore francese Rouault. a cura di Francis Marrash.

Terra Santa: il Getsemani e il Monte degli Ulivi

24 MARZO 2014 AT 12:43

Il Getsemani (parola aramaica che significa frantoio) è un piccolo uliveto poco fuori la città vecchia di Gerusalemme sul Monte degli Ulivi, nel quale Gesù Cristo, secondo i Vangeli, si ritirò dopo l’Ultima Cena prima di essere tradito da Giuda e arrestato. Chi visita il Giardino del Getsemani si stupisce nel venire a conoscenza come questi nodosi alberi siano stati giovani arbusti all’epoca in cui Gesù vi giunse con i discepoli, nella fatale notte dell’Ultima Cena (Matteo 26,36 – Marco 14,32 – Giovanni 18,1). Oggi gli antichi alberi si elevano dai fiori delle aiuole, ma ai tempi di Gesù questo era un fitto bosco di ulivi dove era situato un frantoio: Getsemani, in aramaico. L’imponente Chiesa delle Nazioni, costruita nel 1920 sopra una chiesa precedente, evoca gli eventi accaduti in questo luogo con il suo mosaico che, magnificamente dettagliato, si estende dal soffitto al pavimento: Gesù che prega in solitudine (Marco 14,35-36), il tradimento di Giuda (Matteo 26,48), il taglio dell’orecchio al guardiano del Sommo Sacerdote (Marco 14,47). Da una parte all’altra del sentiero un bosco, non molto frequentato, offre il luogo adatto ai visitatori per raccogliersi in preghiera e contemplazione.

Chiesa e giardino si trovano nel luogo in cui Gesù trascorse la notte in preghiera, mentre gli apostoli si erano addormentati, prima di essere arrestato dalle truppe romane condotte da Giuda. E’ uno dei primi luoghi identificati già nel IV secolo, e la chiesa, citata negli scritti di Egreria, la pellegrina cristiana che descrisse i suoi viaggi in Terra Santa, venne ricostruita dai crociati dopo il terremoto del VIII secolo, abbandonata nel XIV secolo, ed infine ricostruita nuovamente nel 1924. La Basilica dell’Agonia, che evoca le lacrime di sangue piante da Gesù in attesa della propria crocifissione, è un capolavoro di forte impatto emotivo. Lo splendore delle tessere d’oro, appena rivelato dalla luce che filtra dall’alabastro delle finestre, pone ognuno nell’acuta consapevolezza della miseria di questo mondo lasciando percepire una fugace visione dell’aldilà.

Secondo quanto descritto dai Vangeli, Gesù, terminata la cena con i suoi apostoli, si avvia verso il monte degli Ulivi e si ferma nel podere chiamato Getsemani: “Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare” (Matteo 26,36); ”poi giunsero in un podere detto Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedete qui finché io abbia pregato” (Mc 14,32);“dette queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Chedron, dov’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli” (Gv 18,1); “Poi giunsero in un podere detto Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedete qui finché io abbia pregato». Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e cominciò a essere spaventato e angosciato. E disse loro: «L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate». Andato un po’ più avanti, si gettò a terra; e pregava che, se fosse possibile, quell’ora passasse oltre da lui. Diceva: «Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi»” (Mc 14,32-26); “Colui che lo tradiva, aveva dato loro un segnale, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; prendetelo»” (Mt 26,48); “Ma uno di quelli che erano lì presenti, tratta la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli recise l’orecchio” (Mc 14,47).

Il Monte degli Ulivi (anche Monte Oliveto, in ebraico הר הזיתים, Har HaZeitim; in arabo جبل الزيتون, الطور, Jebel ez-Zeitun, Jebel et-Tur, “Monte della Sommità”) è una montagna situata ad est di Gerusalemme. È chiamato così dalla pianta dell’olivo di cui, in antichità, i suoi fianchi erano coperti. Ai piedi del monte c’è il Getsemani (detto anche Orto degli Ulivi) dove, secondo i vangeli, Gesù si sarebbe ritirato prima della passione. Il Monte è il luogo in cui si sono verificati molti eventi biblici importanti. I soldati romani si accamparono sul monte durante l’assedio di Gerusalemme del ’70 durante la prima guerra giudaica. Tale assedio portò alla distruzione della città ed in particolare del Secondo Tempio. Nel libro di Zaccaria il Monte degli Ulivi è identificato come il luogo da cui Dio comincerà a far rinascere i morti alla fine dei secoli. Per questo motivo, gli ebrei hanno sempre cercato di essere sepolti sulla montagna; dai periodi biblici ad oggi il monte è stato usato come cimitero per gli ebrei di Gerusalemme. Si valuta che vi siano 150.000 tombe. Gli alberi d’ulivo che crescono da millenni sulle pendici del Monte gli conferiscono il nome tutt’oggi in uso. La tradizione ebraica lo conosce anche col nome di “Monte dell’Unzione”, perché con l’olio ottenuto dai suoi ulivi venivano unti i re e i sommi sacerdoti. A partire dal XII secolo gli arabi lo chiamano “Djebel et Tur”, vocabolo di origine aramaica che significa “monte per eccellenza” o “monte Santo”; oggi lo chiamano semplicemente “et-Tur”.

Il Monte è formato dall’insieme di tre alture, da cui scendono le ripide vie che portano a valle: da nord a sud si incontra “Karmas-Sayyad” (vigna del cacciatore) con 818 m. di quota; al centro “Djebel et Tur” (monte santo) di 808 m.; a sud-ovest, al di là della strada che da Gerusalemme portava a Gerico, si trova “Djebel Baten al-Hawa” (ventre del vento), detto anche monte dello Scandalo, con 713 m. di altitudine. L’altura ha svolto un ruolo di primo piano nella storia ebraica. Nella Bibbia si legge che il re Davide uscì dalla città, scalzo e piangente, salendo il Monte degli Ulivi, per sfuggire al figlio Assalonne, che congiurava contro di lui (2 Sam 15,30); il re Giosia distrusse gli “alti luoghi” costruiti sul Monte dal re Salomone per adorare le divinità delle sue mogli straniere (1Re 11,7; 2Re 23,13). Dopo la prima distruzione del Tempio di Gerusalemme, gli ebrei iniziarono a recarvisi in pellegrinaggio, poiché, secondo la tradizione, la Gloria del Dio d’Israele uscì dalla città e si pose sul monte che sta a oriente (cf. Ezechiele 11,23).

Nel periodo del Secondo Tempio, i falò accesi sulla sommità del Monte, annunciavano agli ebrei della diaspora la luna nuova del capodanno religioso: una staffetta di luci accese sulle alture propagavano l’annuncio fino a Babilonia (Mishna, Rosh Ha-Shana 2,4). Anche la giovenca dal pelo rosso veniva bruciata sul Monte degli Ulivi: le sue ceneri, mescolate con l’acqua della fonte di Gihon, servivano per purificare chiunque fosse divenuto impuro dal contatto con i morti (Mishna, Para 3,6-7). Ai piedi del Monte, infine, si trovano altre due importanti memorie gerosolimitane, strettamente connesse alla Chiesa nascente: l’antica Tomba di Maria, accreditata dalla versione siriaca del “Transitus B.M. Virginis” del II secolo d.C., e la Chiesa di S. Stefano, costruita in tempi recenti, a ricordo del martirio del primo vescovo di Gerusalemme, lapidato e sepolto, secondo un’antica tradizione, accanto ad una roccia in questo luogo.

Terra Santa: Il Sepolcro di Gesù

17 MARZO 2014 AT 15:35

sepolcro02Secondo i Vangeli, il Santo Sepolcro è il luogo in cui Gesù fu deposto dopo la sua morte, e dove, dopo tre giorni, risorse. Per i cristiani è il luogo più santo del mondo. Dai Vangeli sinottici si possono ricavare varie informazioni, sia esplicite che implicite, sulla natura, l’ubicazione e l’uso per il quale era stato inizialmente costruito il Santo Sepolcro. La tomba era stata fatta scavare nella roccia da Giuseppe D’Arimatea, ricco membro del sinedrio che era segretamente discepolo di Gesù e che si era opposto alla sua crocifissione. Questo sepolcro, in cui non era mai stato sepolto nessuno, aveva vicino ad esso una grossa pietra di forma rotonda che aveva lo scopo di chiuderne l’ingresso. Nel Vangelo di Giovanni, il Santo Sepolcro è espressamente ubicato vicino a dove venne crocifisso Gesù, all’esterno delle mura cittadine. Dai Vangeli si deduce che il Santo Sepolcro era stato fatto scavare probabilmente con lo scopo di conservare le spoglie del proprietario, Giuseppe D’Arimatea, o quelle di un parente a lui molto vicino. Ma il tragico evolversi degli eventi che portarono alla morte di Gesù sul Golgota, colpirono talmente Giuseppe da convincerlo a farvi seppellire il suo maestro. Egli andò da Pilato a chiedere il corpo di Gesù. Con questo gesto rese pubblica la sua fede, scelta coraggiosa essendo lui un membro del sinedrio, l’organo politico che ne aveva chiesto la condanna a morte. Il governatore acconsentì; successivamente Giuseppe D’Arimatea comprò il lenzuolo in cui venne avvolto il corpo di Gesù. Maria di Magdala e Maria di Cleofa furono le testimoni della deposizione di Gesù nel sepolcro. Loro stesse tornarono la domenica mattina successiva nella tomba di Gesù per cospargere il defunto con olii profumati ma, trovando la pietra rotolata e il sepolcro vuoto, corsero dagli apostoli a riferire quello che avevano visto. A questo punto anche gli apostoli Pietro e Giovanni corsero al sepolcro e lo trovarono come lo avevano descritto le donne.

La basilica del Santo Sepolcro, (in ebraico כנסיית הקבר – Cnesiat HaChever, ovvero Chiesa della Tomba; in arabo: كنيسة القيامة, Kanīsat al-Qiyāma, ossia Chiesa della Resurrezione), chiamata anche la chiesa della Resurrezione (Anastasis in greco e Surp Harutyun in armeno dai cristiani di rito ortodosso), è una chiesa cristiana di Gerusalemme, costruita sul luogo che la tradizione indica come quello della crocifissione, unzione, sepoltura e resurrezione di Gesù. Attualmente è ricompresa all’interno delle mura della città vecchia di Gerusalemme, al termine della Via Dolorosa, e ingloba sia quella che è ritenuta la «collina del Golgota», luogo della crocifissione, sia il sepolcro scavato nella roccia, dove il Nuovo Testamento riferisce che Gesù fu sepolto. La chiesa del Santo Sepolcro è una delle mete principali e irrinunciabili dei pellegrini che visitano la Terra Santa, insieme alla Basilica dell’Annunciazione di Nazaret e alla Basilica della Natività di Betlemme. Ma, a differenza di queste ultime, il Santo Sepolcro è l’unico luogo della cui esistenza si possiedono prove archeologiche risalenti ad appena un centinaio d’anni dopo la morte di Gesù. Oggi è la sede del Patriarcato ortodosso di Gerusalemme, il quale, al centro della chiesa, vi ha il proprio Katholikon, ossia la propria cattedrale, e la propria cattedra. Formalmente è anche la sede del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini; tuttavia il Patriarca cattolico latino non ha la libertà di celebrare se non negli spazi e nei tempi assegnati nel 1852 dallo Statu Quo alla Custodia di Terra Santa e secondo gli accordi con la stessa comunità monastica. Il Patriarca latino quindi risiede effettivamente in una sede presso la concattedrale del Santissimo Nome di Gesù, chiesa principale della diocesi e chiesa madre, dove egli ha la propria cattedra e celebra normalmente. Secondo la tradizione ortodossa, ogni anno, a mezzogiorno, durante la celebrazione del Sabato Santo della Pasqua ortodossa, vi si ripete il «miracolo del Fuoco Santo».

“Potremmo non essere assolutamente certi che il sito del Santo Sepolcro sia il luogo della sepoltura di Gesù, ma non abbiamo un altro sito che possa rivendicare di esserlo con la stessa forza, e non abbiamo davvero motivo di respingere l’autenticità del sito” (Dan Bahat, 1986). Sia Eusebio di Cesarea che Socrate Scolastico scrissero che la tomba di Gesù era in origine un luogo di venerazione per la comunità cristiana di Gerusalemme, che fece memoria della sua localizzazione anche quando il sito venne coperto dal tempio di Adriano. In particolare, Eusebio nota che la scoperta della tomba “permise a tutti quelli che arrivarono di testimoniare la vista di una chiara e visibile prova delle meraviglie di cui quel luogo era stato un tempo teatro”(Vita di Costantino). L’archeologo Martin Biddle dell’Università di Oxford ha ipotizzato che questa “chiara e visibile prova” è visibile nei graffiti con scritte come “Questa è la tomba di Cristo”, incisi nella roccia dai pellegrini cristiani prima della costruzione del tempio romano. Dall’epoca della sua costruzione nel 335, e nonostante i numerosi ammodernamenti, la chiesa del Santo Sepolcro è stata venerata come il luogo autentico della crocifissione e sepoltura di Gesù. Nel XIX secolo, diversi studiosi discussero l’ipotesi che il luogo in cui fu edificata la chiesa fosse il vero luogo della crocifissione e sepoltura di Gesù. Essi ragionarono sul fatto che l’edificio fosse all’interno delle mura cittadine, mentre i primi resoconti (ad esempio: Ebrei 13,12) descrivevano questi eventi come avvenuti fuori delle mura. Studi successivi hanno invece confermato che il sito era in effetti al di fuori delle mura cittadine all’epoca della crocifissione. La cerchia muraria della città di Gerusalemme venne ingrandita da Erode Agrippa nel 41–44, e solo allora incluse il sito del Santo Sepolcro (e venne costruito il giardino circostante, menzionato nella Bibbia).

La Tomba del giardino. Il giorno seguente al suo arrivo a Gerusalemme, il generale britannico Charles George Gordon identificò una tomba scavata nella roccia, posta in un’area coltivata al di fuori delle mura, come luogo più probabile per la sepoltura di Gesù. Questo luogo viene solitamente indicato come “Tomba del Giardino”, per distinguerlo dal Santo Sepolcro, ed è ancora un popolare luogo di pellegrinaggio per quelli (solitamente i protestanti) che dubitano dell’autenticità dell’Anastasi e/o non hanno il permesso di tenere funzioni religiose nella chiesa. Nel 1847 papa Pio IX ristabilì a Gerusalemme il patriarcato di Gerusalemme dei Latini ed eresse la basilica del Santo Sepolcro a cattedrale patriarcale, tuttavia nel 1852 fu emanato un decreto ottomano (conosciuto in Occidente come Statu Quo) per porre fine ai violenti dissidi soprattutto tra la Chiesa ortodossa greca e la Chiesa apostolica romana, rappresentata dalla Custodia di Terra Santa dell’ordine francescano. Il decreto, tuttora in vigore, ripristinò la situazione risalente al 1767, tenendo conto degli ulteriori diritti acquisiti anche da altre comunità cristiane, quali la Chiesa apostolica armena, la Chiesa ortodossa copta e la Chiesa ortodossa siriaca. Esso assegnò la Basilica quasi interamente ai greci ortodossi, il cui Patriarca vi ha infatti tutt’oggi la cattedra ed il katholikon, regolando altresì tempi e luoghi di adorazione e celebrazione per ogni Chiesa. Dal XII secolo le famiglie palestinesi musulmane Nusayba e Ghudayya, incaricate dal Saladino in quanto neutrali, sono custodi della chiave dell’unico portone di ingresso, sul quale nessuna Chiesa ha diritto. a cura di Francis Marash

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